23 agosto 1973.
Stoccolma

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Erano le 10.15 del 23 agosto 1973, quando alla Sveriges Kreditbank di Stoccolma fece irruzione – sparando una raffica di proiettili contro il soffitto – un uomo di 32 anni, Jan Erik Olsson, conosciuto da tutti come Janne.

Indossava una parrucca nera e aveva il viso ricoperto di una crema scura, per simulare le sembianze di un terrorista arabo. Chiese tre milioni di corone svedesi e la liberazione di un amico – Clark Olofsson – da un carcere di massima sicurezza. Così l’ex compagno di cella, all’epoca ventiseienne, lo raggiunse e divenne protagonista insieme a lui di questa vicenda, da cui prese il nome la particolare condizione psicologica di cui si è parlato nel precedente articolo.

I due rapinatori presero in ostaggio quattro impiegati della banca, tre donne e un uomo (Elisabeth 21 anni, Kristin 23 anni, Brigitte 31 anni e Sven 25 anni) e la prigionia durò per 131 ore.

Inizialmente gli sguardi di paura dei giovani impiegati erano la risposta che Janne cercava, ma la situazione cambiò radicalmente quando, per allontanarsi dalla polizia – che nel frattempo era sopraggiunta all’esterno dell’edificio – Olsson si vide costretto a rifugiarsi in un corridoio all’interno della banca, insieme ai suoi ostaggi.

Fu lì che cambiò tutto.

16 metri per 3,5 furono le dimensioni del tunnel che ospitò le sei persone, nonché il teatro di qualcosa di davvero insolito: Janne si tolse la parrucca e iniziò un percorso di conoscenza con i giovani impiegati, incredulo lui stesso di quanto stesse emotivamente accadendo. Si raccontarono i loro sogni e le loro paure, parlarono degli affetti più cari, si guardarono negli occhi da uomini a uomini (e non più da rapitori a ostaggi) fino a quando una delle giovani impiegate chiese loro di poter andare alla toilette. Olsson sapeva benissimo che questo le avrebbe permesso di avvicinarsi alla polizia, e probabilmente di scappare, ma la lasciò andare facendole la sola raccomandazione di tornare. E il fatto sconcertante fu che lei tornò. Nonostante i convincimenti della polizia, nonostante la strada per la libertà fosse ad un passo, lei tornò.

Divenne chiaro che qualcosa era cambiato e la conferma arrivò di lì a poco, quando il telefono della banca squillò e Kristin rispose: era il premier Olof Palme. Ci fu un litigio e la ragazza cominciò ad urlare che erano i poliziotti, e non i rapinatori, le persone di cui avevano paura e che non voleva che i due malviventi fossero uccisi perché le cose, dentro quella banca, stavano andando bene.

Dopo giorni di prigionia e di stanchezza, Olsson e Olofsson si arresero e gli ostaggi vennero lasciati liberi senza che fu necessaria nessuna azione di forza.

Conclusa l’insolita vicenda, quando i quattro giovani vennero interrogati dalla polizia, il sospetto che qualcosa di strano fosse accaduto divenne una conferma: Kristin Ehnmark, uno dei quattro ostaggi, parlò di Olsson come di una persona carica di angoscia, mostrandosi convinta del fatto che se fosse riuscito a liberarsi da essa, sarebbe stato anche in grado di liberare i suoi ostaggi senza alcun problema. «Se piaci a qualcuno non ti ucciderà» – furono le sue parole in merito alla peculiare vicenda, da cui la Sindrome di Stoccolma prende il nome.

Sonia Bucolo

Sonia Bucolo

Sonia Bucolo

Criminologa ed Esperta al Tribunale di Sorveglianza di Messina, si laurea in Scienze Politiche e si specializza in Criminologia. Oggi prosegue i suoi studi in Psicologia, coniugando studio e lavoro. Studiosa del fenomeno criminoso e dei fenomeni carcerari, nella loro complessità, cura la rubrica di Criminologia di scirokko.it, occupandosi dell'analisi e della divulgazione delle fattispecie criminologiche.
1 Commento
  1. […] tutto nasce dalla condotta criminosa del suo rapitore. In molti, per il suo caso hanno parlato di sindrome di Stoccolma, altri sostengono non sia questo il caso, visti i numerosi progetti di fuga; lei dal suo canto si […]

    17/02/2015 at 15:56

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