Burka & bikini

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Ciò che indossiamo la dice lunga su di noi e sugli altri. La connessione fra il nostro umore mattutino e la scelta dei colori da indossare sembra ormai consolidata dalle ricerche. Nero, guardacaso, più scelto il lunedì. Ogni giorno siamo più o meno consapevolmente influenzati dagli abiti che indossano le persone che incontriamo. Interessanti esperimenti sociali dimostrano che il nostro atteggiamento di fronte ad una persona curata e ben vestita è favorevole: siamo disponibili a fare posto su una panchina, a raccogliere qualcosa caduta a terra, a dare informazioni. Quando invece lo stereotipo funziona al contrario… ve lo lascio immaginare. Ma il vestito, oggetto del desiderio su cui si sono costruiti gli imperi della moda, come è nato? E perchè?

La nostra mitologica creazione di esseri umani, nudi e beati, nel Paradiso terrestre si è presto infranta contro l’irresistibile tentazione di mangiare il frutto proibito della conoscenza. Nella trasgressione l’uomo si è sentito nudo. Improvvisamente ha preso coscienza della sua condizione, ha provato vergogna e si è coperto con una foglia di fico. Da lì secoli di storia, in cui il vestito ha rappresentato lo status sociale, il genere, l’età, l’identità e i loro relativi cambiamenti. Tutto questo affascinante percorso si è mantenuto in equilibrio su un filo di ambivalenza. Le gonne che si accorciano e si allungano nelle varie epoche sono l’evidenza di istinti e culture contrari, svelare e nascondere, suscitare ed evitare il desiderio dell’altro. Burka e bikini.@ Cop Rizzo Anteprima

Nel saggio “Moda e postmodernità: i conflitti psichici svelati dall’abbigliamento“, in particolare, si giunge ai paradossi della nostra epoca, in cui ad esempio il vestito non distingue più il maschile dal femminile. Ci siamo abituati a uomini in pelliccia e donne in giacca e cravatta. Ci siamo anche abituati all’idea che la griffe, grazie al prêt-à-porter non è necessariamente espressione di potenza e ricchezza d’élite. Ci siamo abituati a signore che si vestono come ragazzine e ragazzine che si vestono da signore (?).

Insomma il vestito sembra aver perso il suo potere simbolico, oppure con i suoi “lapsus” ci sta raccontando che stanno cambiando le regole. Questo lascerebbe ben sperare se potessimo anche abituarci a non evitare chi indossa vestiti strappati e sofferti o a sorridere davanti ad un paio di scarpe rotte, al semaforo.

Amelia Rizzo

01/12/2014

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
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