Carcere e Sindrome di prisonizzazione

pris

Partendo dal presupposto che l’uomo è l’animale più adattabile che ci sia e che ha una predisposizione all’abitudine particolarmente spiccata, viene però da chiedersi come si possa abituare ad una condizione così dequalificante e svilente come quella del carcere, che non solo conduce alla perdita della libertà, ma anche della dignità umana.

Appurato che l’uomo fronteggia il cambiamento attraverso l’intervento dell’apparato concettuale e cognitivo, che lo rende senza dubbio più capace all’adattamento, è altresì vero che possiede una base emozionale molto forte che condiziona e regola ogni aspetto della sua vita e che lo rende estremamente vulnerabile.

La correlazione tra il contesto esterno e la dimensione soggettiva e, quindi, tra il corpo e la mente è un dato appurato già dagli Antichi, che avevano rintracciato nell’espressione “mens sana in corpore sano” il senso del vivere bene. Laddove l’ambiente non è idoneo, predisponente e a misura delle necessità primarie dell’uomo, ad ammalarsi sarà la mente ma, immediatamente dopo, anche il corpo.

In un contesto come quello detentivo, appare immediatamente chiaro come la malattia sia la norma e la paura e l’ansia di vivere in un contesto precario e fluttuante siano «scientifici mezzi di distruzione» contro cui lo spirito di auto-conservazione presente in ogni uomo agisce.

Sin dal 1940, lo scienziato sociale Donald Clemmer aveva focalizzato la sua attenzione su quello strano “processo di acculturazione” che avveniva in carcere e che vedeva un gruppo di individui, ciascuno differente dall’altro per storia, vissuto, cultura e inclinazioni, condividere sentimenti, ricordi e tradizioni del gruppo preesistente.

Questo particolare processo, che ha inizio dal primo ingresso in carcere e si articola in più fasi, graduali e progressive, porta l’individuo coinvolto a sentirsi parte integrante di un tutto. Quel tutto da cui, fino a qualche tempo prima, era estraneo.

Come è possibile tutto questo?

La prima fase di questo processo, conosciuto con il nome di “Sindrome di prisonizzazione (o “prigionizzazione”) è caratterizzato da un vero e proprio “inghiottimento” del singolo in una realtà talmente forte e totalizzante, che non lascia scampo.

Può accadere, spesso, che il soggetto – che peraltro ha coscienza di quanto stia accadendo – adotti dei comportamenti atti a negare il processo in corso e tenda a defilarsi dal gruppo, rifugiandosi nella solitudine o in un mondo immaginario, che gli permettano di ignorare i dogmi e le regole di quell’ambiente così “prepotente” e “invadente”; ma, nella maggior parte dei casi, cercare di sottrarsi a questa “modificazione del Sè” appare del tutto inutile. Perchè è il carcere che entra nella vita delle persone, non sono le persone ad entrare in carcere!

Chi varca la soglia capirà, sin dal primo momento, che non c’è modo e possibilità per conservare ed esprimere il proprio essere; occorre che la propria personalità si confaccia perfettamente all’ambiente circostante se si vuole sopravvivere e, per farlo, occorre metterla a tacere o dimenticarla.

L’ingresso in carcere è, quindi, il momento-chiave nella storia detentiva di un soggetto e anche se oggi è sicuramente meno invasivo rispetto al passato (l’individuo non viene più spogliato dei suoi abiti) è sempre da considerarsi come un «processo di spersonalizzazione, di demolizione della propria immagine, di annichilimento dell’auto-stima».

È quello il momento in cui un soggetto prende coscienza del fatto che non ha più potere decisionale e che ogni esigenza, dalla più superflua alla più significativa, sarà gestita, regolata e scandita da quel mare di carte (comunemente conosciuto come “domandina”) necessario per ottenere il “permesso”.

Inevitabile risulta, a questo punto, l’attraversamento di una vera e propria fase di crisi che, chiaramente, varia da soggetto a soggetto ma che, di norma, si manifesta con una reazione ansiosa che perdura per un paio di giorni, fino ad arrivare alla sindrome di prisonizzazione vera e propria.

Questa situazione di allarme ansioso sfocia in sensazione di angoscia e di oppressione con spunti fobici, caratterizzata da un timore apparentemente immotivato verso il presente, che diventa paura per l’incolumità fisica, insonnia, claustrofobia, inappetenza e incapacità di gestire la propria emotività.

Questa situazione di allarme raggiunge picchi fortissimi nei c.d. “colletti bianchi”, che proprio perché dotati di un grado di cultura alto e in quanto appartenenti alle classi sociali più agiate, rifiutano di considerarsi e di essere considerati “detenuti” e attivano una serie di rifiuti che, quasi sempre, di fronte all’incoercibilità dell’istituzione, conducono al crollo psicologico e alla perdita di ogni speranza.

In questi casi, l’individuo viene assalito da una depressione totale, connotata da idee di rovina, annichilimento, alienazione, senso di impotenza e rassegnazione al fatto che la propria vita si trovi nelle mani e nella volontà di altri: è questo il momento in cui l’uomo diventa detenuto.

La prisonizzazione ha gradi diversi, che dipendono dalla durata della condanna, dalla stabilità della persona antecedentemente al periodo detentivo, dalle relazioni personali al di fuori del carcere, dalla capacità o incapacità socializzante all’interno delle mura detentive, dalla collocazione nella cella con persone più o meno simili e dalla propensione al trascinamento.

Il dato particolare è che minore è il grado di prisonizzazione, più frequente è il rischio che il soggetto perseveri in condotte devianti; di contro, maggiori sono il coinvolgimento e l’alienazione, più probabile sarà l’assenza di recidiva.

Non è difficile immaginare il conflitto interiore di un uomo che sta per diventare “detenuto”, lacerato da tendenze opposte che non possono in nessun modo convivere. Egli si troverà teso, da una parte a conservare il proprio Sé – rifiutando l’abbrutimento e l’imbarbarimento a cui va incontro – e, dall’altro, ad assecondare il nuovo Sé – per interpretare la nuova realtà, darle un senso e sopravvivere ad essa.

Le conseguenze psicologiche a cui questa condizione “borderline” conduce, possono rivelarsi drammatiche.

Sonia Bucolo

Sonia Bucolo

Criminologa ed Esperta al Tribunale di Sorveglianza di Messina, si laurea in Scienze Politiche e si specializza in Criminologia. Oggi prosegue i suoi studi in Psicologia, coniugando studio e lavoro. Studiosa del fenomeno criminoso e dei fenomeni carcerari, nella loro complessità, cura la rubrica di Criminologia di scirokko.it, occupandosi dell'analisi e della divulgazione delle fattispecie criminologiche.
1 Commento
  1. Enza

    Come sempre un bell articolo. Complimenti.

    19/05/2015 at 7:33

Scrivi un Commento