Caso Jucker – Quando l’amore non è amore

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“Era possessiva. In quel momento mi dovevo liberare di lei. Mi minacciava. Mi voleva tutto per sé…” “…Lei mi amava profondamente. Io invece l’amavo solamente per quanto ritenevo fosse giusto fare”.

Sono le prime dichiarazioni di Ruggero Jucker, rampollo della Milano bene, agli investigatori. Il giovane è accusato dell’omicidio della fidanzata, Alenya Bortolotto, commessa e studentessa ventiseienne.
E’ nella notte tra il 19 e il 20 Luglio 2002 che si consuma la tragedia. Ruggero è nervoso, il litio prescritto dall’omeopata non fa effetto, più volte si alza dal letto, gira per la casa inquieto mentre la giovane fidanzata cerca invano di calmarlo; scoppia la lite, così furiosa da attirare l’attenzione dei vicini che chiamano il 113. Lui urla, lei spaventata prende il telefono per chiedere aiuto e qui scatta la follia omicida: Jucker corre in cucina, fruga tra i cassetti e trova il coltello più affilato, quello per il sushi, raggiungendo Alenya intanto rifugiatasi in bagno. Gli agenti giungono sul posto alle 04:40, quando questo è già luogo del delitto; ad accoglierli in strada Jucker che, coperto di sangue, nudo e vaneggiante, urla: “Io sono Osama bin Laden”. Nell’appartamento del giovane viene rinvenuto il corpo massacrato della fidanzata, le cui condizioni documentano la brutalità dell’atto: sul cadavere un unico grande taglio che parte dall’ascella destra e si conclude al fianco sinistro, una parte del fegato mancante (verrà quasi tutto trovato in pezzi nel giardinetto sottostante), accanto ad esso il coltello da sushi; le numerose ferite da taglio su braccia e gambe testimoniano come la giovane abbia lottato, invano, contro la morte. Il medico legale evidenzierà in seguito, sul corpo della vittima, 10 lesioni da taglio e 17 lesioni da punta e da taglio, concludendo che il numero complessivo dei colpi inferti era stato sicuramente non inferiore a 22, tre dei quali trapassando il muscolo cardiaco e accompagnati dalla forte emorragia hanno causato la morte della ragazza. Posto sotto interrogatorio Jucker confesserà immediatamente, collaborando appieno con gli agenti. Dichiarerà, quasi senza malizia, di essersi ispirato al film Hannibal, lasciando intendere che fine avesse fatto la parte di fegato non ritrovata nel giardinetto, ma riservandosi alcuni particolari “per il rispetto di entrambe le famiglie”. Il ragazzo viene così condannato a 30 anni di carcere in primo grado, ridotti poi a 16 in seguito ad un accordo tra Difesa e Procura, pena che tutt’oggi sconta nel carcere di San Vittore.

Alessandro Longo

Alessandro Longo

Alessandro Longo, classe 1992. Laureando in Relazioni Internazionali e Politiche presso l’Università di Messina, è nato e cresciuto a Torre Faro. Scrive su scirokko.it per la rubrica “Giallo Vintage”, occupandosi della ricostruzione e della narrazione di vecchi casi che, per il loro impatto sociale, hanno interessato la cronaca nera non solo italiana, ma di tutto il mondo.
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