Decidere è una questione di stile

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Ogni mattina, appena svegli dobbiamo prendere delle decisioni. Cosa mangiare a colazione, come vestirci, qual è il percorso più breve per arrivare a destinazione. Il processo decisionale sembra automatico e banale, ma non è così quando le decisioni che prendiamo potrebbero cambiarci la vita.

Dal punto di vista cognitivo il nostro cervello è stato studiato come un freddo calcolatore, perfettamente in grado di prendere le decisioni più economiche, anche se nei diversi esperimenti la tendenza è sempre quella di scegliere l’opzione della vincita modesta ma sicura, perchè è sicura. Così si è cominciato a pensare che bisognava considerare nello studio del decision making anche le emozioni, quelle che ci fanno propendere più verso la sicurezza o più verso il brivido del rischio.

Perchè una cosa è come le decisioni dovrebbero essere prese in termini di costi e benefici, un’altra è come vengono realmente prese, cosa che dipende in larga parte dall’individualità.

La psicologia sperimentale ha dimostrato come nel gruppo sia più facile risolvere problemi che prendere decisioni e si può facilmente intuire perchè. Il gruppo può avere prestazioni migliori del singolo quando va individuata una strategia risolutiva a partire da proposte originali e divergenti. Invece quando si tratta di decidere vengono più chiaramente fuori le individualità e… gli stili.

Esistono infatti degli stili prevedibili di decisione.

L’ipervigilante, ad esempio, quando deve prendere una decisione si sente pressato dall’urgenza, sente il tempo che scorre inesorabile, il bisogno dell’altro di avere una risposta imminente, attiva dei meccanismi ansiogeni e per liberarsi dall’ansia decide (e risponde) velocemente, per poi magari pentirsene.

L’evitante invece preferirebbe non dover decidere mai. Specialmente se decidere a volte significa anche prendere posizioni diverse dagli altri, sostenere un confronto, motivare una scelta. No, meglio decidere quello che dicono gli altri è il tipico “a me va bene tutto”. Non esprimono mai preferenze e seguono la scelta del gruppo per mitigare la propria sensazione di inadeguatezza con l’appartenenza.

Il procrastinatore è quello del “vediamo”, quello da cui non vi potete aspettare un sì o un no, ma solo un forse. Non dicendo “no” lascia aperta una porta, non dicendo “sì” non ha vincoli né responsabilità. Sottovalutando il proprio ruolo nelle situazioni, lascia che si evolvano da sole e poi si stupisce di come le cose siano andate in un certo modo.

E poi c’è il vigilante, l’unico che si prende la briga di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, che non si lascia consigliare dalla fretta e che non sottovaluta l’importanza della scelta, assumendosi la responsabilità di decidere. Il vigilante naturalmente è l’unico che ha una chance di individuazione, poiché attribuisce a se stesso un ruolo in quello che gli succede.

E’ comodo non prendere decisioni, lasciar fare agli altri o decidere la prima cosa che ci viene in mente. Ma toglie il diritto di lamentarsi se le cose poi prendono una piega inaspettata.

* Liberamente tratto dagli studi sul decision making del Prof. Leon Mann, ricercatore della Melbourne School of Psychological Sciences, Australia.

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
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