#E-mozioni: perchè abbiamo paura di essere felici

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“Non siamo abituati ad essere felici. Pensiamo di desiderare la felicità, ma quello che vogliamo davvero è ciò a cui siamo abituati e che di solito non comporta affatto una grande felicità. Crescendo la maggior parte di noi ha vissuto l’amore mescolato con altre cose, più oscure: essere controllati, sentirsi umiliati, essere abbandonati o maltrattati. In breve, con la sofferenza. Ed oggi in realtà è ancora questo che spesso cerchiamo.”

Pur essendo un filosofo, Alain de Botton (scrittore e conduttore televisivo, fondatore di The School of life, ndr) nella sua ultima riflessione sul “Perchè sposerete la persona sbagliata” ha colpito il piccolo cerchio rosso.

La felicità è una delle emozioni primarie, l’unica dalla tonalità affettiva positiva su sei. L’unica a cui non siamo abituati. La maggior parte delle persone ha timore della felicità e questo può avere sia delle ragioni mitiche, che affondano nell’inconscio collettivo, sia delle esperienze soggettive che invece caratterizzano l’inconscio e la mente individuale.

Ha fatto parte della nostra educazione apprendere le terribili punizioni inflitte dalle divinità greche agli umani per il sol fatto di essere fortunati e felici, quella che Erodoto chiamava “l’invidia degli dèi”. A volte sembra che questa immagine si sia impressa nelle nostre menti prima che nascessimo, prima di comprenderlo e abbiamo paura. Come se la nostra felicità per una sorta di entanglement quantistico, possa influenzare da qualche altra parte un altro sistema creando uno squilibrio rovinoso, come nell’effetto farfalla: da un meraviglioso battito d’ali ad un terribile uragano.

Alcuni invece vogliono che sia uno schema interno caratteristico delle persone che hanno fratelli o sorelle. Chi ha timore di lasciarsi andare o di ottenere quanto desidera spesso ha vissuto la colpa di una felicità che è andata a discapito di qualcun altro, finendo per costruirsi un modello – “se io sono felice qualcun altro soffrirà” – in cui vi ha rinunciato, facendo un passo indietro, mettendo a tacere il desiderio, per non sentire la colpa.

E quanto è vero che l’esperienza dell’amore, che dovrebbe essere in cima alle esperienze più felici della vita di una persona, spesso ha ben poco di felice. E’ come se ci fosse una sorta di relazione inversa fra la qualità della relazione e la proiezione. Tanto più si proiettano – per definizione inconsciamente – sull’altro i propri desideri, pensieri, bisogni e paure, tanto meno c’è spazio nella mente per rappresentarselo come Altro. Tanto più invece ci si avvicina ad una rappresentazione interna complessa di una persona che ha pregi e difetti…

Per fare ciò occorre partire dalla rappresentazione di sé, come persona meritevole di felicità nonostante i propri limiti. Ma la parte più difficile è forse comprendere cosa (o chi) ci rende davvero felici, perché ci costringe ad esplorare l’ignoto e a cambiare le nostre confortanti (ma pessime) abitudini.

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
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