Excursus storico della malattia mentale: la percezione sociale e gli interventi trattamentali

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Oggi affronteremo un argomento complesso e in costante evoluzione: quello della malattia mentale e del modo in cui, nel corso dei secoli, la sua percezione sociale si sia modificata, andando a trasformare anche le modalità di controllo e di trattamento e il modo di manifestarsi della stessa.

Prima dell’Illuminismo, la “follia” era un concetto non ancora codificato. La società veniva convenzionalmente dicotomizzata in pazzi e sani, dove i primi mettevano in campo comportamenti incomprensibili che venivano attribuiti – dai secondi – a malefici o a casi di possessione demoniaca. Il “pazzo” – per colpa o per sventura – era considerato una minaccia per la quieta pubblica e per il mondo dei sani e veniva totalmente svuotato della sua umanità; l’unico obiettivo della società era la sua guarigione (attraverso la preghiera, la magia o l’esorcismo) a cui seguiva, nei casi di insuccesso, la persecuzione e il rogo. La malattia mentale non veniva accettata e la società, di fronte al suo manifestarsi, interveniva attraverso l’eliminazione di chi ne era affetto. Col tempo, vennero costruite delle istituzioni (vere e proprie prigioni) che avevano come unico scopo quello di isolare il “pazzo” dal resto del mondo, come fosse un rifiuto della società; in questi istituti, in cui la violenza era l’unico trattamento conosciuto, convogliavano anche i mendicanti, gli alcolizzati, i vagabondi e tutti coloro che venivano percepiti come diversi e, quindi, pericolosi.

Con l’arrivo dell’Ottocento, nasce la psichiatria. La “pazzia” intesa come frutto di possessioni demoniache e magia nera lasciava il posto al concetto di “malattia della mente” che, come ogni malattia, era curabile e, pertanto, doveva essere affidata alla medicina. Catene, prigioni e sofferenze disumane cedevano il posto a veri e propri “asili”, dove il malato di mente veniva trattato nell’ottica del reinserimento sociale. Ma, ancora, la malattia mentale veniva concepita come pericolosa e quindi da tenere ai margini della società.

Nella seconda metà dell’Ottocento, il progresso scientifico modificava ulteriormente la percezione sociale del malato di mente: chi era affetto da patologia mentale era un malato come un altro; l’organo da tenere sotto osservazione e da curare era, però, il cervello (inteso come una parte del corpo). Era questo il periodo in cui nasceva il manicomio – luogo concepito nell’ottica di contenimento sociale e appositamente dedicato a chi era affetto da disturbo mentale – che svolgeva una duplice funzione: quella custodialistica e quella terapeutica.
Letti di contenzione fisica, docce fredde, elettroshock e alte dosi di calmanti erano le terapie ritenute utili per la guarigione.

Arriviamo al Novecento: la malattia mentale cambia volto. Con l’avvento della psicoanalisi si fa strada la convinzione che alcune malattie della psiche non siano di natura organica bensì psicologica e va a diminuire radicalmente il divario esistente tra il mondo dei sani e quello dei malati. La psicoterapia diventa lo strumento per indagare e curare il “conflitto” che l’individuo ha nei confronti di se stesso, di un altro individuo o della società, con la presa di coscienza che il manicomio non sia la soluzione al problema.

Gli anni si susseguono e così anche il progresso e si arriva al 1952 che vede l’introduzione dell’utilizzo degli psicofarmaci: come una qualsiasi altra malattia curabile con l’intervento farmacologico, anche la malattia mentale può essere curata – più frequentemente contenuta – attraverso la somministrazione di farmaci che rendano la vita del malato qualitativamente migliore.
Nel frattempo, parallelamente al mondo scientifico, si fa strada il movimento antipsichiatrico che, nel 1978, sancisce la definitiva chiusura dei manicomi, ritenuti non luoghi di cura, ma corresponsabili della cronicizzazione della malattia e dello “stigma sociale” del malato.
La legge 180 è stata fortemente voluta dallo psichiatra Franco Basaglia (da cui prende il nome) che, un anno prima della promulgazione della legge, fece chiudere il manicomio di Trieste, creando un adeguato servizio territoriale, in cui i pazienti venivano seguiti e assistiti attraverso assistenza domiciliare e ambulatoriale (intervallata da brevi periodi di ricovero nei casi di emergenza) e promuovendo il recupero del rapporto tra il paziente, la famiglia e la società. La “legge Basaglia” propose un superamento della logica manicomiale, regolamentando il trattamento sanitario obbligatorio e istituendo i servizi di igiene mentale pubblici, che hanno fatto sì che l’Italia divenisse il primo ed unico Paese al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici. I suoi princìpi fondamentali sono la volontarietà delle cure, il privilegiare i trattamenti domiciliari e ambulatoriali, l’introduzione di centri residenziali assistiti e di comunità terapeutiche anche private e l’istituzione di reparti psichiatrici negli ospedali civili. I malati devono essere ricoverati con il loro consenso; unica eccezione è rappresentata dal Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), ossia il ricovero coattivo previsto solo in tre circostanze: presenza di alterazioni psichiche gravi, rifiuto delle cure e assenza di condizioni che permettano di intervenire tempestivamente attraverso misure sanitarie extraospedaliere. Tuttavia – aspetto discutibile di questa legge – il TSO non è previsto nel caso in cui il soggetto risulti pericoloso per l’incolumità altrui, in atto o prevedibile.
Chiudere definitivamente i manicomi ha significato dire addio ad un mondo di orrori, in cui, sebbene col passare del tempo la persona malata acquisiva centralità rispetto al problema, si vedeva lesa costantemente nei diritti fondamentali e nell’identità e veniva gettata dentro un immondezzaio che la rendeva definitivamente irrecuperabile.

La condizione mentale dell’individuo è, ancora oggi, in continua evoluzione. In una società complessa come quella in cui viviamo, i ricorsi ad interventi psicoterapici e farmacologici sono piuttosto allarmanti. Va fatta una doverosa differenza, però, tra il disagio mentale (sempre più frequente oggi) e la malattia mentale, laddove il primo caso – inteso come una condizione di sofferenza, legata a difficoltà di varia natura, che può portare a stati di frustrazione, aggressività, tristezza – è parte integrante di ogni esistenza. Tuttavia, nonostante la componente fisiologica del disagio, l’intervento diventa necessario nei casi in cui dovesse risultare invalidante, per evitare che si cronicizzi e raggiunga livelli di intensità così elevati da tramutarsi in alterazione mentale e comportamentale. Questo è ciò che accade nella maggior parte dei casi in cui un delitto è commesso ad opera di chi non presenta nessuna patologia mentale. È questo il motivo per cui è doveroso evitare di cavalcare luoghi comuni che diventano ostativi nella comprensione di certi comportamenti criminosi: non tutti i criminali presentano una patologia mentale (anzi, il rapporto delitto/malattia mentale è sicuramente inferiore rispetto al rapporto delitto/sanità mentale) e la maggior parte dei delinquenti è perfettamente normale dal punto di vista psichiatrico.

Nella prossima uscita, consci che la malattia mentale non sia indicativa del compimento di un atto criminoso, analizzeremo la pericolosità dei malati di mente e la correlazione tra malattia mentale e reato. Perché, se nessuno può affermare più per principio che tutti i malati di mente sono pericolosi, nessuno può però negare che alcuni di loro lo siano.

Sonia Bucolo

Sonia Bucolo

Criminologa messinese, si laurea in Scienze Politiche e si specializza in Criminologia. Oggi prosegue i suoi studi in Psicologia presso l’Università di Messina, coniugando studio e lavoro. Studiosa del fenomeno criminoso e dei fenomeni carcerari, nella loro complessità, cura la rubrica di Criminologia di scirokko.it, occupandosi dell'analisi e della divulgazione delle fattispecie criminologiche.
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