“fatta una legge…non cambia (quasi!) nulla”

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Le recenti elezioni regionali in Emilia Romagna ed in Calabria portano ad una serie di riflessioni anche “in quota rosa”. Nelle elezioni che hanno visto un’astensione da record con una percentuale di votanti pari al 37, 7% in Emilia ( 2 milioni e 100 mila persone non sono andati a votare contro il milione e 200 mila che si è recato alle urne) e con presidenti di Regione eletti con una percentuale inferiore al 50% dei votanti, la riflessione è rivolta al “femminile”.

Mentre 1 uomo su 9 risulta eletto la percentuale è di ben altro tenore per le donne: 1 su 74. E’ vero che questo dipende molto dal sistema elettorale e cioè alla presenza o meno della doppia preferenza, ma anche senza strumenti di questo genere sarebbe lecito aspettarsi una forma di “progresso” che non si è registrata. La Calabria passa da zero a una consigliera, mentre in Emilia si tocca quota 25% di elette ma solamente in due sole liste, il che equivale a dire che è solo in un versante che si apre alle quote orse. In Calabria, per fare un altro esempio le donne candidate erano 74 su 348 in lista, mentre in Emilia sono risultate la metà (ma al momento dell’elezione ne sono rimaste un quarto). In Emilia c’è la doppia preferenza di genere a differenza che in Calabria dove c’è una quota minima di donne da inserire in lista, pena l’esclusione, fatto questo che trasforma in un “fastidioso obbligo” l’inserimento delle donne in lista ma non con l’obiettivo di valorizzarle piuttosto con quello di non finire fuori dalla competizione. Insomma si punta solo sulle riempilista, sulle graziose cornici da utilizzare come meglio conviene. In Parlamento nell’arco di pochi anni, dal 2008 al 2013 le deputate sono passate dal 20,3% al 30,7%, ma se dovessimo andare a creare una “mappa geografica” delle Regioni che hanno scommesso sulle donne ne deriverebbe un quadro sconcertante ma purtroppo prevedibile. Alla vigilia della riforma elettorale questi dati devono far riflettere. I primi tentativi di diventare più europei almeno su questo fronte sono clamorosamente falliti grazie ad un muro formato da un’ampia maggioranza di partiti, con la complicità di Renzi (che pure ha puntato e tanto sulle donne ma che per non andare alla guerra con il Pd ha preferito la linea morbida sulle riforme richieste in tema di quote rosa). E’ stato però approvato un emendamento, prima firmataria la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli che rafforza il principio di parità nella rappresentanza tra donne e uomini e che sancisce che le modalità di composizione del Parlamento promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza, sia con il voto alla Camera sulla legge elettorale che ora con l’esame al Senato della Riforma Costituzionale. Ma non basta. Il nuovo Senato infatti, formato da rappresentanti di Regioni e Comuni, rischia,alla luce di quanto abbiamo visto finora di essere un “monocolore” o quasi. In Sicilia ad esempio questo è il primo parlamento che si è tinto di rosa e lo deve in gran parte al M5S perché i partiti tradizionali hanno sbarrato le porte all’elezione delle donne, pur mettendole in lista appunto come “obbligo”. Ecco perché le Regioni che finora hanno bocciato (o ignorato) la doppia preferenza di genere (come Puglia, Calabria, Sardegna, Abruzzo e Liguria),  dovranno rivedere le norme in vista della riforma del Senato per evitare di incorrere nell’incostituzionalità. In ultimo un Senato con un minor numero di rappresentanti abbasserà ulteriormente la soglia delle donne. Anche l’Italicum più o meno corretto è una presa in giro, perché con le liste bloccate se metti capilista uno o due uomini per poi lasciare le terze file alle donne di fatto hai sancito l’impossibilità dell’elezione.  Il lavoro avviato dalla commissione Affari costituzionali del Senato sulla legge elettorale, al di là di ogni considerazione deve quindi tenere conto di una corretta rappresentanza di genere. Il testo uscito dalla Camera non corrisponde né alle esigenze del Paese né ad una reale democrazia. Personalmente ho sempre guardato con grande sospetto la doppia preferenza di genere perché la ritengo fonte di tranelli e facilmente raggirabile con il trucchetto del “vota uno prendi due” e non sempre a vantaggio delle migliori. In lista finiscono un esercito di sorelle, mogli,cugine,amanti, fedelissime, che di tutto godono tranne che di autonomia e di sincera passione politica. Il rischio, e spetto i fatti hanno dimostrato che è così, è che alla fine non vadano le migliori. Gli esiti delle Regionali in Calabria ed Emilia, alla luce del fatto che siamo nel 2014 e non nel 1956, dimostrano che la strada è ancora lunga e che occorre,oggi più che mai riuscire a trovare quegli strumenti che garantiscano la reale partecipazione delle donne alla vita politica, fatto questo che in Italia e più ancora in Sicilia è un tabù duro da sfatare.

Rosaria Brancato, tempostretto.it

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