Genitori 2.0

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Nella nostra epoca, fluida, veloce e tecnologica, così come ben definito da Zygmunt Bauman (sociologo e filosofo polacco, ndr), la genitorialità è un compito complesso. Le Scienze Psicologiche hanno affrontato la questione da diversi punti di vista, almeno quante sono le correnti di pensiero che le attraversano.

Per i teorici dello sviluppo da genitori si tende a riproporre nei confronti del figlio il tipo di attaccamento avuto nell’infanzia con i propri genitori. Per gli psicoanalisti l’immagine del sè cambia e l’adulto contemporaneamente nel ruolo di figlio e genitore, proietta sul figlio i propri desideri e le proprie paure. Per i cognitivisti, da genitori si è guidati dai modelli operativi interni (schemi cognitivi di rappresentazione, ndr) sviluppati nell’infanzia.

Sta di fatto che i genitori 2.0 probabilmente non avevano genitori altrettanto evoluti, capaci di utilizzare i social, le chat, i touch screen. Ci chiamano nativi digitali. Siamo nati coi tablet in mano, viviamo una infinita adolescenza, che si sta spostando sempre più verso i 30. Usciamo tardi da casa, siamo poco autonomi e abbiamo i genitori come amici su facebook. Per carità, passi da gigante rispetto alla famiglia patriarcale. Ma forse chi è genitore oggi a volte affronta in modo poco adeguato delle sfide mai verificatesi prima.

Forse diventa genitore quando ancora è adolescente, non per l’età anagrafica, ma nella sua maturità affettiva. Così la madre finisce per diventare l’amica più grande della figlia, si scambiano vestiti e consigli, proprio come due compagne di banco. Oppure il padre finisce per “guidare” il figlio nella realizzazione di quei sogni svaniti, come fosse un prolungamento di se stesso, spesso nutrendo delle aspetattive di successo che poco hanno a che fare con la realtà circostante.

Finchè non arriva l’adolescenza, il momento della contestazione, dell’opposizione, della fase di individuazione-separazione. Sarà anche doloroso, ma evolutivamente è necessario. I ragazzi sentono un impellente bisogno di avere un pensiero proprio e l’unico mezzo che hanno fra i 14 ed i 18 anni è fare il contrario di quello che il genitore gli chiede di fare. E’ rozzo, ma è utile a sviluppare quel pensiero critico che dopo qualche anno gli permetterà di esprimere accordo o dissenso, sulla base di un ragionamento critico.

Già, quanti direbbero che il loro compito di genitori è sviluppare il senso critico oltre che l’autonomia? La vera difficoltà del genitore non è solo accudire il figlio finchè è completamente dipendente dalle loro cure, dai bisogni materiali ed affettivi.

Basta soffermarsi ad osservare e facilmente si distingue chi fra i giovani ha sviluppato una propria individualità, un progetto di vita, un proprio pensiero e chi no. Di certo questi ultimi avrebbero anche tutte le carte, ma non hanno avuto modo di risolvere da soli compiti sempre più complessi, magari perchè la mamma non gli ha mai fatto portare lo zaino.

Cari genitori, sappiamo che non è facile, che a volte siete cresciuti troppo in fretta altre siete troppo grandi per capire questo mondo così veloce, lo sappiamo che vorreste solo proteggerci dai pericoli ed evitarci ogni danno. Abbiamo bisogno di essere preparati alle sfide della vita e del nostro tempo. Non ci servono attenzioni assillanti o che diciate sempre di si. Ci serve capire da voi come si reagisce al cambiamento, fiducia e sicurezza, conoscenza dei pericoli e saremo adulti saggi che un giorno sapranno, come Telemaco, prendersi cura di voi.

Amelia Rizzo

10/02/2015

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
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