Il figlicidio materno. Quando a uccidere è colei che ha dato la vita

medea

Se gli omicidi sconvolgono sempre la morale comune, portando i non addetti ai lavori alla convinzione che un atto così efferato e irreparabile sia sempre frutto di malattia mentale (convinzione errata), ancor di più questo avviene quando a perdere la vita è un bambino per mano della propria madre.

Tra le domande più comunemente formulate, di fronte a questa fattispecie criminosa, c’è la seguente: come può una donna dare la vita e al contempo la morte alla propria creatura? La morale comune lo considera impensabile e attribuisce l’insano gesto alla (a volte comoda) malattia mentale che, come già affermato, non è sempre e necessariamente presente.

Il figlicidio materno si può descrivere attraverso una serie di tipologie situazionali molto differenti tra loro, che riconducono a fattispecie motivazionali altrettanto diverse; ma prima di procedere in tal senso, occorre fare una precisazione e distinguere quello che la criminologia definisce “figlicidio” – ossia l’uccisione di un figlio non neonato, non lattante e non infante – dall’“infanticidio”, che riguarda invece l’uccisione di un figlio infante. Il figlicidio non è contemplato dal Codice Penale (che riconosce l’infanticidio e l’omicidio) ed è un termine coniato dalla criminologia. Alcuni autori, tra cui Ponti e Gallina Fiorentini attuano un’ulteriore distinzione all’interno di questa fattispecie, parlando di neonaticidio, quando il delitto è commesso in prossimità della nascita e di lattanticidio, quando l’uccisione avviene nel momento dell’allattamento; tale distinzione risulta essere fondamentale nella comprensione delle situazioni psicologiche, psicopatologiche e socio-ambientali che stanno alla base di questi omicidi.

Già Resnick, nel 1969, aveva individuato nei primi sei mesi di vita il periodo più a rischio per il minore, strutturando una classificazione che riconduce le cause del figlicidio ad almeno cinque categorie:
Figlicidio altruistico: la madre uccide il proprio figlio con la convinzione di sottrarlo ai mali del mondo o di salvarlo da sofferenze reali che dipendono, per esempio, da una sua difformità o malattia (omicidio pietatis causa) a cui segue, molto spesso il suicidio (in questo caso si parla di suicidio allargato).
Figlicidio ad elevata componente psicotica: il figlio viene ucciso in seguito ad allucinazioni imperative in forma di comando.
Figlicidio di bambino indesiderato: la madre non accetta la gravidanza perché ancora adolescente o perché questa è frutto di una relazione extraconiugale o perché attribuisce al bambino il suo abbrutimento fisico o la costrizione a un ruolo frustrante. L’eliminazione del figlio porrebbe fine alla sua sofferenza.
Figlicidio accidentale: la madre, normalmente avversa alla violenza sul figlio, ne causa la morte in occasione di un gesto impulsivo (quasi sempre a seguito di pianti e urla del piccolo); spesso si tratta di donne affette da disturbi di personalità o di consumatrici di droghe o alcool, che alterano i loro comportamenti. All’interno di questa categoria, merita una considerazione a parte la “Sindrome di Munchausen per procura”, un disturbo psichiatrico che porta – soprattutto le madri – a convincere il figlio di avere una malattia o ad arrecargli danno fisico (attraverso la somministrazione di sostanze nocive o ferendolo volontariamente) per poi prendersene cura con dedizione, al fine di concentrare l’attenzione sociale su di sé.
Figlicidio per vendetta sul coniuge: fra le dinamiche di questo tipo di figlicidio si annovera la Sindrome di Medea”, per cui la donna, per vendicarsi del tradimento o dell’abbandono del proprio compagno, uccide il figlio che rappresenta il simbolo della loro unione.

La letteratura in merito alle madri omicide è talmente ampia che diventa difficile elencare tutte le categorie esposte dai numerosi autori che hanno affrontato e affrontano l’argomento. Quello che si può stabilire con sicurezza è che il figlicidio – che può essere compiuto per mano del padre, della madre o di entrambi i genitori – sembra essere una prerogativa materna, se consideriamo che il 50-70% degli omicidi commessi dalle donne rientra nella fattispecie in questione. Di norma, la madre uccide i figli più piccoli, mentre il padre quelli più grandi, e questo potrebbe essere motivato dal fatto che i bambini molto piccoli vivono in simbiosi con la madre, che tende a considerarli come una proiezione di se stessa, arrivando talvolta a credere di potere disporre liberamente della loro vita (normalmente questi sono i casi in cui la madre, dopo aver tolto la vita al proprio figlio, si uccide).

Resnick ha descritto inoltre i metodi più utilizzati nell’infanticidio, a seconda che l’autore del reato sia la madre o il padre; nel primo caso, le tecniche più comunemente usate sono lo strangolamento, l’asfissia o l’annegamento, mentre nel secondo caso si ricorre più comunemente all’utilizzo di armi da taglio o ad altre modalità violente che causano trauma cranico. Nel caso di uccisione di più figli all’interno dello stesso evento, i metodi utilizzati sono l’asfissia per gas, l’annegamento, l’accoltellamento e l’uccisione con armi da fuoco (suicidio allargato).

La dimensione del fenomeno in Italia non è facile da stabilire, se consideriamo che, quello che in criminologia viene definito “numero oscuro” (ossia gli eventi non conosciuti), è particolarmente consistente; per cui i valori indicati da fonti ufficiali e attendibili, come l’Istat e l’Eures, che ci indicano non più di 10 infanticidi e circa 20 omicidi ai danni di bambini all’anno, potrebbero essere sottostimati.

Se volessimo affrontare l’argomento da un punto di vista strettamente storico e antropologico, potremmo dire che il figlicidio è stata una pratica utilizzata, tollerata e talvolta anche incoraggiata, nella storia antica come in quella contemporanea: basterebbe ricordare che nell’Antica Roma i neonati deformi, quelli non voluti o le figlie femmine venivano gettate dalla Rupe Tarpa, sotto gli occhi impassibili delle madri; o nel tardo Medioevo, in quei contesti familiari in cui scarseggiavano i viveri, le figlie femmine venivano sacrificate; mentre in Cina, per oltre trent’anni, è stata in vigore la “politica del figlio unico”, che prevedeva l’abbandono o la soppressione delle figlie femmine o dei figli successivi al primo, al fine di contrastare il fortissimo incremento demografico.

Ma il figlicidio resta, nell’immaginario comune, il delitto verso cui si prova maggiore orrore e verso cui ogni forma di comprensione umana incontra una resistenza atavica e profonda; ecco perché, per la collettività, è conveniente credere che soltanto un “pazzo” possa arrivare a compiere un gesto simile, ignorando che azioni così estreme non sono mai figlie di un momento di follia, ma sono la tragica risultante di un vissuto di sofferenza troppe volte inascoltato o superficialmente ignorato.

Sonia Bucolo

Sonia Bucolo

Criminologa ed Esperta al Tribunale di Sorveglianza di Messina, si laurea in Scienze Politiche e si specializza in Criminologia. Oggi prosegue i suoi studi in Psicologia, coniugando studio e lavoro. Studiosa del fenomeno criminoso e dei fenomeni carcerari, nella loro complessità, cura la rubrica di Criminologia di scirokko.it, occupandosi dell'analisi e della divulgazione delle fattispecie criminologiche.
2 Commenti
  1. studioso

    È sempre un piacere leggere questa rubrica. C’ è competenza e le tematiche sono veramente interessanti. Complimenti, vi leggo con piacere.

    23/02/2015 at 19:53
  2. enza

    I tuoi articoli sono sempre interessanti,complimenti!

    26/02/2015 at 7:14

Scrivi un Commento