Il paradosso della vergogna

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La vergogna è un’emozione complessa, secondaria, nella definizione da manuale. Recentemente si è potuto comprendere come questa emozione abbia la caratteristiche di essere trasversale a diversi disturbi, dalla depressione al disturbo borderline di personalità.

La vergogna è associata ad un vissuto di indegnità ed è diversa dalla colpa, poiché non è data dall’aver arrecato necessariamente un danno, ma dall’aver trasgredito una regola morale o sociale e dalla minaccia avvertita alla propria autostima nell’essere stati visti e giudicati male.

Ci si può vergognare di molte cose: di chiedere un’informazione, di iniziare una conversazione con un estraneo, del proprio corpo, propria intimità, di parlare in pubblico. E questo compare molto presto nello sviluppo: è facile osservare bambini che si vergognano con persone non familiari. Il momento chiave è sempre quello adolescenziale, in cui tutto può essere vissuto come una brutta figura.

Quando si diventa adulti però le cose cambiano. Alcuni acquisiscono maggiore sicurezza e tollerano anche l’imperfezione, il fallimento, la frustrazione. Altri continuano a mantenere un atteggiamento pauroso ed evitante che inevitabilmente li porta, come in una profezia che si autoavvera, a mettersi sempre in situazioni che possono essere vissute come umilianti e che confermano l’idea di indegnità.

Questa visione si trascina nelle relazioni, nel lavoro, nei rapporti sociali e si innesca un circolo vizioso. Sicuramente, se vi soffermate a pensare, vi verrà in mente qualcuno che conoscete che si vergogna sempre, critica ogni sua azione e trasmette inconsapevolmente una richiesta di rassicurazione sulle proprie abilità. Se siete minimamente sensibili, cercherete così di rincuorarli, ma l’effetto sarà solo una conferma alla loro incapacità (“ecco, cerca di essere gentile, perché gli faccio pena e non vuole dirmi che sono proprio un incapace”).

Ma il vero paradosso sta in chi la vergogna non sa cosa sia. In chi non è minimamente preoccupato di fare brutta figura con un lavoro scadente, in chi non ha senso morale, in chi timbra il cartellino e poi si assenta, in chi non dà valore alle promesse, in chi inganna gli altri credendosi furbo, in chi imbroglia e crea realtà tanto patinate quanto finte. Dov’è la vergogna in queste persone? Le cose sono due: o non sono consapevoli della propria inadeguatezza, oppure lo sono, se ne vergognano e per questo creano un’immagine falsa di sé.

E’ un paradosso: chi non ha da vergognarsi si vergogna, e chi si dovrebbe vergognare…

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
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