La musica di Mimì Sterrantino, tra blues, folk e Sicilia

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Uno sguardo alla Sicilia, alla sua bellezza deturpata e ai suoi problemi storici e uno sguardo alle tante differenti culture che si incontrano sulla strada del Blues, del Folk e della musica etnica. Mimì Sterrantino, dopo la pubblicazione del secondo album (Un Lupo Sul Divano, registrato con la band Gli Accusati), ci racconta le origini del suo ironico canto di protesta.

Cosa ti ha avvicinato alla musica?

Principalmente, è stato merito di mio padre. Lui è un menestrello che si occupa di musica tradizionale e già negli anni ’60 suonava nei locali della provincia. Parecchi anni più tardi, quando sono nato, mi ha inculcato la passione per quest’arte che tutt’ora porto con me. Con il passare del tempo, poi, ho fatto tanta ricerca e ho iniziato a scrivere e arrangiare i miei pezzi. Un aiuto decisivo è arrivato anche da mia madre, svedese, che mi ha consentito di allargare le mie conoscenze del rock e dei grandi artisti mondiali.

Riesci a canalizzare nelle tue canzoni le tue origini così differenti?

Ci provo, anche se, molto spesso, prevale la parte sicula. Non solo quella, però. Soprattutto nell’ultimo album, mi sono ispirato anche alla musica dei cantautori statunitensi anni ’70 (Bob Dylan, Neil Young, ecc..) da cui ho tratto parecchi spunti. La Sicilia, comunque, rimane la protagonista indiscussa dei miei testi. Questi, infatti, denunciano la condizione stuprata di questa splendida terra che viene offesa nella sua bellezza, come racconto nel branoQuello che dovremmo amare”.

Oltre a tutto ciò, gran parte della tua ispirazione deriva dalle sonorità etniche.

Assolutamente. Provenendo dalla musica tradizionale, ascolto molta musica etnica appartenente a varie culture del mondo. E mentre divoro i suoni più disparati, è bello vedere come, spesso, capita di incontrare strumenti simili in culture molto diverse e come tutto ciò dia un senso di unità tra i popoli. Tra le sonorità che mi hanno maggiormente affascinato ci sono quelle balcaniche e, in particolare, quella dei Rom. Di loro, musicalmente, apprezzo la capacità di lasciare il proprio segno in tradizioni già esistenti: nei Lautari in Romania e anche nel flamenco spagnolo.

Cosa ti auguri per il tuo futuro? Nutrirti di così tanta musica dove credi che ti porterà?

Mi piacerebbe se la mia attività di cantautore diventasse un mestiere a tutti gli effetti. Ma, non saprei. Dopo diversi anni che giro da solo o con Gli Accusati, ogni tanto, mi sorge il dubbio che lo stile che propongo sia fuori contesto rispetto a ciò che è maggiormente apprezzato. D’altronde non è nemmeno semplice presentare qualcosa che sia del tutto innovativo. Ritengo, infatti, che la musica sia, ormai, diventata ciclica: ci si ispira sempre a qualcosa di già avvenuto e si cerca di riarrangiarlo con una nuova veste. Comunque, nonostante i momenti passeggeri di sconforto, continuerò sicuramente a cantare, suonare la mia musica e a raccontare le facce di una Sicilia che merita molto di più. 

Fabrizio Santoro

Fabrizio Santoro

Fabrizio Santoro. Inizia questa vita nel 1984 e per uno scherzo del karma diventa un consulente del lavoro. Colleziona lauree, tra cui una in giornalismo. Nutre passioni morbose e viscerali per la poesia (sia in veste da lettore che, soprattutto, in veste da scrittore) e per la musica. Dentro l’utero materno, al 6° mese, sente il primo pezzo: Radio ga ga dei Queen. Nasce prematuro per completare l’ascolto dell’intero album.
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