L’estate e la libertà: la mente non va in vacanza

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Il periodo più atteso dell’anno, in cui si smette di studiare o lavorare per essere finalmente liberi. Il paradiso degli estrovertiti, per intenderci, coloro che hanno il pensiero rivolto all’esterno. #Sole #mare #divertimento #serate #amici #relax. Finalmente si possono condividere con centinaia di contatti le foto delle proprie gambe in vacanza.

Non sarebbe necessario chiamare in causa la scienza, ma oramai è noto che chi più scatta foto meno memoria ha degli eventi. A furia di concentrare l’attenzione sugli scatti ci si perde il momento, non entra a far parte della nostra memoria né della nostra coscienza. E questo fa molto pensare. In primis perchè ciò di cui non si ha coscienza non diventa ricordo piacevole né esperienza da cui trarre alcun insegnamento. E poi, esattamente, tutta questa foga di essere liberi una volta ottenuto del tempo libero (che naturalmente è ben altra cosa) come viene utilizzata?

Di recente il filosofo Alain de Botton ci ha deliziato con un contemporaneo e raffinato intervento sul fatto che viaggiare è inutile. Non saltate dalla sedia o dalla sdraio. E’ proprio così se pensiamo che la meta del viaggio viene sempre immaginata come luogo di pace, benessere, divertimento in cui però porteremo la persona forse più indesiderata: noi stessi. O meglio, quelle parti di noi non risolte e tormentate che, quando non siamo più presi dagli impegni quotidiani, forse riemergono con più insistenza e che cerchiamo di zittire avendo sempre qualcosa da fare o qualcuno con cui stare.

Vivendo nel tormento del passato o nell’ansia del futuro – o, aggiungerei, nel mondo virtuale – non si è in grado di cogliere quello che offre il momento presente. L’estate, come il viaggio, può essere davvero una metafora di libertà, uno stacco da un anno frenetico, un momento in cui riprendere contatto con le proprie passioni, coi propri desideri. Così come il mare è metafora dell’inconscio, in cui tuffarsi alla ricerca di sé.

Paradossalmente per apprezzarla però dobbiamo essere già liberi. Liberi di soffermarci sul momento presente, nella consapevolezza dei propri pensieri e delle proprie azioni (mindfullness, ndr), liberi di rivolgere lo sguardo all’interno, liberi di guardare un tramonto fino al momento in cui si dissolve, senza sentire l’esigenza di tirare fuori lo smartphone. Liberi di accettare, rifiutare, innamorarsi, piacersi, assaggiare, scoprire, meditare. 

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
1 Commento
  1. Giovanni Maiorana

    condivido la tua riflessione.
    Purtroppo si è smarrita l’essenza dell’essere umano e con essa sua ‘individualità, si tende sempre più a un conformismo sociale virtuale.
    Può ciò generare felicità?
    I social generano una visione di sé distorta, nulla è realmente come appare le espressioni di felicità sono tutto uguali nei Selfie, testa leggermente inclinata, sguardo malizioso e sorriso abbozzato, non importa se hai un bicchiere in mano o un tramonto alle spalle, se vuoi esprimere un sentimento bello o brutto, l’espressione del viso non cambia.
    Tutto per ampliare una neo visione sociale che io chiamo ‘falso me’.
    Come diceva il più celebre scrittore inglese ‘l’importante è che se ne parli’ si è trasformato in ‘mi piace’ su fb.
    Ma alla fine a chi ‘piace’ veramente?

    11/08/2015 at 22:53

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