Luigi La Rosa: un messinese che ama Parigi

Luigi La Rosa2

Con Quel nome è amore”, Luigi La Rosa, siciliano cresciuto a Messina, torna a scrivere della sua amata Parigi dopo il buon riscontro di pubblico e critica ottenuto con Solo a Parigi e non altrove.

Quel nome è amore si sviluppa su diversi piani narrativi; la storia al presente vede il narratore muoversi attraverso la capitale francese per riconsegnare un libro al legittimo proprietario, ma la ricerca sarà caratterizzata da vari imprevisti e fermate inattese, durante le quali il narratore scorgerà delle ombre. Sarà l’unico a notarle, come se queste volessero mostrarsi solo a lui.

Del resto, la vicenda al presente è la cornice dentro cui l’autore racconta frammenti di vita di sei importanti personalità del mondo artistico che hanno vissuto a Parigi durante la Belle Èpoque.

Partiamo da Parigi: so che tu, dopo un lungo dividerti tra la Sicilia, Roma e non solo, hai scoperto Parigi a trentacinque anni. Possiamo dire che questa scoperta ti ha cambiato la vita?

“In effetti come scrittore sono nato proprio a Parigi, non solo perché Parigi è legata al mio primo libro totalmente narrativo, ma perché a Parigi ho chiarito a me stesso la mia ispirazione, che è sempre questo bisogno di racquel nome è amore2contare storie di vite di artisti più o meno noti che hanno compiuto un percorso emotivo, esistenziale, hanno incontrato delle difficoltà, e hanno impiegato la vita per cercare di realizzare un sogno impossibile. Quindi Parigi in qualche modo ha rivelato la mia poetica di scrittura e inoltre ormai da sette anni vivo tra qui e lì ed è diventata una meta, un punto in cui torno e dove ho affetti e amicizie”.

I sei personaggi di cui racconti sono Raymond Radiguet, Renée Vivien, Carlos Casagemas, Simone Thiroux, Djuna Barnes, Frédéric Bazille; nomi importanti della poesia, della narrativa, della pittura. Però nomi meno noti, al cosiddetto grande pubblico, di quanto potrebbero essere quelli di altri pittori, poeti o romanzieri. Questo per te è stato uno stimolo o una preoccupazione?

“Sicuramente uno stimolo perché amo la letteratura del risarcimento, cioè mi piace ridare voce o comunque spessore a chi pur essendo stato accanto a un grande artista, o essendo stato a sua volta un grande artista, per vari motivi, è stato privato della meritata fama dalla storia. Secondo me in generale tutta la letteratura ha questo dovere di restituzione per ridare voce a chi non ce l’ha o comunque l’ha perduta”.

Questi sei artisti hanno vissuto esistenze dolorose, spesso terminate presto e in modo violento, ma, chi più chi meno, ci hanno lasciato tanto e ancora oggi si parla di loro. Mentre ricostruivi le loro vite, in te prevaleva la tristezza per quello che hanno passato o la stima per quanto hanno creato?

“Prima di tutto ho provato una grande empatia, perché mi sento molto legato a loro, ecco perché probabilmente li ho scelti. Per il resto è vero che c’è molta sofferenza nelle loro storie, però il fatto che siamo qui a parlarne dimostra che comunque sono dei vincenti, che comunque sono riusciti a venire fuori dall’oblio, a emergere, e questa cosa mi ha sempre emozionato”.

È nata, in te, una pur minima preferenza per uno dei sei artisti?

“Djuna Barnes è sicuramente tra quelli che mi hanno colpito di più, perché è una scrittrice contemporanea ed è una scrittrice che dopo un grande successo mondiale, dopo Parigi, dopo la ricchezza e soprattutto dopo l’amore, assapora il fallimento, rimane per anni chiusa in una stanza, nessuno si r
icorda più di lei e questo mi ha commosso”.

Torniamo a Parigi. Quella che ci mostri non è solo la città dei monumenti universalmente famosi, ma la Parigi dei vicoli, degli scorci, dei portoni che nascondono storie e meraviglie. È stata una scelta ponderata o istintiva?

“Sicuramente una scelta istintiva, tutto quello che c’è nel libro nasce veramente dalla vita e dalla sua apparente casualità, per cui anche le traiettorie dei miei passi, gli indirizzi, le mappe, sono tutte nate da un’istintività, un’emotività che mi ha portato a scoprire quelle che tu chiami meraviglie, che fanno parte di una Parigi nascosta, che nessuno vede mai; non è la Parigi del turismo, dei tour operator, è la Parigi che si nasconde nel vissuto, nell’ombra, e che molte volte ha più a che fare con l’immaginazione che con la realtà concreta”.

 

 

Pierluigi Siclari

 

0 Commenti

Scrivi un Commento