L’uomo detenuto

carcere

Immaginiamo un uomo qualsiasi. La mattina si sveglia nel suo letto, dentro una camera più o meno accogliente, si sposta di vari metri per raggiungere il bagno e percorre altri metri per raggiungere la cucina dove farà colazione. Deciderà liberamente se avrà voglia di un caffè, o di un tè, o di un cappuccino. Poi tornerà nella sua stanza, aprirà l’armadio e sceglierà come vestirsi. Uscirà di casa, guiderà, camminerà, parlerà con altre persone, utilizzerà il telefono, guarderà il mare, sentirà l’odore del pane appena sfornato, vedrà l’azzurro del cielo, sentirà le risate dei bambini all’uscita da scuola, gusterà un buon cornetto, abbraccerà sua moglie.

Tutto questo sembra non avere nulla di speciale. Eppure ogni giorno noi utilizziamo lo spazio e il tempo adattandoli alle nostre esigenze e i nostri cinque sensi ci accompagnano ovunque.

Immaginiamo adesso lo stesso uomo, prelevato da un contesto di questo tipo e condotto in una struttura cinta da mura alte. Questa struttura è piena di porte che si blindano dietro di lui ad ogni suo passaggio. Il mare è sempre più lontano, come l’azzurro del cielo, l’odore del pane, le risate dei bambini, l’abbraccio della moglie.

Immediatamente l’uomo si ritrova calato dentro una realtà blindata, opprimente e soffocante, in cui niente è familiare: le persone portano una divisa, le porte delle stanze sono di ferro e restano quasi sempre chiuse, le finestre con le grate non si spalancano sul cielo azzurro ma costringono ad una visuale “a strisce”, il tintinnio delle chiavi e le porte sbattute sono il solo suono udibile, le persone attorno non ridono, la stanza non è accogliente, l’odore non sa di buono, lo spazio per muoversi è limitato, il tempo è infinito ed è la vera condanna.

Il tempo è lungo e si dilata con il crescere delle esigenze: da un colloquio con i familiari all’altro, dalla compilazione della “domandina” alla risposta, sembra passare un’eternità; così come il giorno di un’attesa importante o dell’incontro con l’avvocato sembra non giungere mai.

«Il tempo è una giornata senza fine. Sei rinchiuso per ventidue ore, ti annoi in continuazione. Mentre i ricordi vacillano ci sono cose che non puoi dimenticare. Tutta la struttura dell’istituzione ti costringe verso idee fisse. Nel gergo questo si chiama castellare». (G. Naria e R. Simone, La casa del nulla, Pironti edizioni, Napoli, 1988).

Questa distorta percezione del tempo crea pensieri ossessivi, che generano fantasmi, mostri, spettri che devono essere allontanati attraverso l’impegno e lo svago, se non si vuole rischiare di rimanere schiacciati da essi. Ma il carcere sembra, invece, non avere questa funzione: il tempo infinito, il tempo vuoto, costringe un individuo a rimuginare sulle sue paure, sulle sue angosce, fino a togliergli l’aria, il fiato, e a seppellirlo sotto il peso delle sue inquietudini, dell’alcol o della terapia.

I detenuti conducono, dunque, un’esistenza vuota, pianificata in netto anticipo e affidata totalmente nelle mani degli agenti di custodia o dell’amministrazione, che ne dispongono secondo regole precise, volte a garantire e a mantenere la sicurezza all’interno dell’istituzione. Questo, chiaramente, entra in netto contrasto con quelle che sono le esigenze primarie di un uomo, che si ritrova a non poter disporre liberamente della propria vita ma a doverla subire in maniera talvolta illogica, che è invece la logica del carcere.

«Il detenuto si trova privato di braccia, di gambe, di voce, di decisionalità autonoma. Tutto l’universo carcerario è articolato per protesi: dallo scrivano al lavorante sono tutte protesi del corpo detenuto, che ha bisogno dell’istituzione, delle sue varie figure, per mangiare, spedire una lettera, mandare un piatto all’amico […]. E’ come trovarsi all’improvviso in carrozzella o in un busto di gesso». (V. Guagliardo, Dei dolori e delle pene, ed. Sensibili alle foglie, s.l. 1997).

Questa mutilazione del corpo diventa una mutilazione dei movimenti; le celle, che ospitano fino a otto persone, sono troppo piccole per essere vissute da tutti nello stesso momento, così bisogna organizzarsi anche sul come e sul quando scendere dal proprio letto per sgranchirsi le gambe, o per mangiare, o per andare nell’unico bagno condiviso da otto persone. L’immobilità fisica si tramuta immediatamente in immobilità psichica. Tutto diventa impossibile da realizzare nell’immediato, occorre programmare anche i più piccoli movimenti, che diventano quasi meccanici fino a risultare ossessivi, per cui l’annichilimento appare l’unica via di salvezza.

Il carcere, inoltre, è una macchina che non si ferma mai; le decisioni prese, spesso di fretta, per ragioni di sicurezza, sfuggono al controllo del detenuto, al quale non vengono date spiegazioni; manca il tempo per farlo, ma lui di tempo ne ha da vendere! Così cresce e diventa più marcata la differenza tra lui e il mondo dei “controllori” e questa vita subita di continuo diventa mortificante e talvolta ingiusta; perché anche far rispettare i propri diritti, quelli per cui ogni giorno ognuno di noi combatte per migliorare la propria esistenza, è considerato indisciplina e spesso viene punito attraverso rapporti disciplinari che, sul curriculum detentivo e sulla psiche di un uomo, hanno un peso notevole.

Questa condizione amputata dell’esistenza, che rende “paralitici”, viene aggravata dalla mancanza di controllo sul più immediato futuro. Pensiamo a cosa rappresenta per un uomo, che ha dovuto mettere in campo processi di adattamento tutt’altro che facili (per adeguarsi a determinate regole) un trasferimento immediato: le regole cambiano improvvisamente e bisogna attuare nuovi processi di adattamento.

Tutto questo genera instabilità, vulnerabilità, incertezza schiacciante, non solo sul futuro, ma sul più immediato presente e lo smarrimento invade ogni particella, coinvolgendo e stravolgendo tutti i sensi.

La prigione condanna l’olfatto, costringendo a un tanfo di chiuso; sconvolge il gusto, col cibo non propriamente invitante; limita la vista, ostacolata dai muri e dai cancelli e privata dell’orizzonte; modifica l’udito, reso sensibile dal tintinnio delle chiavi o dal rumore delle porte di ferro, che diventano una persecuzione; sacrifica il tatto, privato di un abbraccio familiare o di una carezza rassicurante. Anche le sensazioni di caldo e di freddo sono fortemente alterate e il gelo, che è più interno che dovuto a fattori esterni, diventa invalidante.

Ad essere recluso, inoltre, è anche l’amore e insieme la sessualità: «non si dice mai che la persona reclusa è, anzitutto, un castrato sessuale o, se si preferisce, un sub-castrato dato che nessuno lo evira fisicamente». (V. Guagliardo, Dei dolori e delle pene, ed. Sensibili alle foglie, s.l. 1997). Questo argomento è un tabù, come se non si conoscesse l’importanza che la sessualità assume nella vita di una persona, negando i disagi che questa privazione comporta e le conseguenze talvolta drammatiche a cui conduce: masturbazione dolorosa fino all’autolesionismo, omosessualità imposta e violenta, violenze di ogni genere, isolamento in dimensioni fantastiche.

Il dolore, in carcere, ha una dimensione diversa da quella che noi conosciamo e da quella che aveva caratterizzato, per esempio, l’era dei supplizi, quando serviva a risvegliare le coscienze (vedi “Il Fascino del male“). Il carcere è un “dolorificio”, ma l’anomalia è che genera dolore e poi vorrebbe eliminarlo, perché il dolore diventa un problema. Una persona sofferente è una persona che ha bisogno di aiuto, di cure, di attenzioni e, spesso, manca il tempo ma anche l’umanità per farlo. Il dolore, in carcere, si combatte narcotizzandolo, mettendolo a tacere, nascondendolo, attraverso la somministrazione spesso generosa degli psicofarmaci, che danno l’illusione di sfuggire alla dimensione della sofferenza e di rifugiarsi in una dimensione altra. «Il risultato è una coscienza drogata per un corpo-burattino consegnato con mille deleghe a mille esperti. L’individuo supermedicalizzato ritorna a essere un bambino ipersensibile al dolore, resosi sempre più incapace di affrontare la sofferenza. Così facendo egli ha costruito una grande gabbia intorno a sé, una prigione nella sua mente che lo priva di ogni autonomia giacché ogni assistenza è una dipendenza».

Tutto quello finora descritto, se venisse vissuto con totale coscienza di critica, condurrebbe chiunque alla pazzia; ecco perché, con il tempo, comincia ad essere inconsciamente e impercettibilmente accettato: l’ambiente nocivo viene assorbito dal corpo, le illogicità acquistano una loro dimensione, l’uomo comincia a mettere in discussione la concezione che ha di se stesso, si allontana dalla realtà, modifica il modo di parlare, di mangiare, di vestire, intuisce che si sta trasformando in qualcos’altro, qualcuno che non merita rispetto, ma lo nega a se stesso, mentre in realtà il cambiamento è penetrato in ogni fibra del suo corpo e nella sua mente e lui questo lo sa bene.

È in atto un processo di “accasamento”, fatto di contraddizioni e di “zone grigie”, dove il conformismo e l’anticonformismo, l’ubbidienza e la ribellione, si alternano in un ordine caotico: nasce il detenuto.

 

Sonia Bucolo

Sonia Bucolo

Criminologa ed Esperta al Tribunale di Sorveglianza di Messina, si laurea in Scienze Politiche e si specializza in Criminologia. Oggi prosegue i suoi studi in Psicologia, coniugando studio e lavoro. Studiosa del fenomeno criminoso e dei fenomeni carcerari, nella loro complessità, cura la rubrica di Criminologia di scirokko.it, occupandosi dell'analisi e della divulgazione delle fattispecie criminologiche.
0 Commenti

Scrivi un Commento