Non é vero ma ci credo

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La parola superstizione proviene dal latino superstitionem ed è composto dalla parola super (sopra) sì-stere (fermarsi). Il suo significato è dunque riferito sia a “ciò che sta sopra” sia al fermarsi attoniti di fronte ad un evento a cui si attribuisce un significato negativo. La superstizione può essere intesa come l’associazione di un evento, ad esempio un gatto nero che attraversa la strada o uno specchio che si rompe, ad un presagio di sventura.

Sin da tempi antichissimi l’Uomo è stato mosso da un bisogno fondamentale: interpretare. Gli esseri umani hanno un’innata necessità di darsi spiegazioni sui fenomeni che osservano, di dare senso alla realtà. Tale ragionamento induttivo (es. se ci sono i fulmini nel cielo, deve esserci un’entità che li governa e questa divinità deve essere di certo infuriata) ha permesso lo sviluppo di due elementi fondamentali che caratterizzano la Storia dell’Homo sapiens: la Religione e la Scienza. Entrambe, per quanto possano sembrare in antitesi, si sono basate sul bisogno della spiegazione e del controllo dell’ambiente.

Uno degli aspetti più affascinanti è che il fenomeno della superstizione può essere letto sia in senso evolutivo che junghiano. Dal punto di vista evoluzionistico, com’è noto, abbiamo ereditato, comunemente agli animali, l’istinto di sopravvivenza. Già, la conservazione della specie. Fra gli alberi della foresta i primi uomini hanno imparato a proprie spese cosa vuol dire cacciare sotto fulmini e saette ed hanno forse imparato lì a posticipare il desiderio. Per sopravvivere è necessario evitare il più possibile malattie, incidenti, avversità. E per sopravvivere mentalmente pare sia necessario anche comprendere da dove provengano. Dopodiché, una volta associati eventi&sventure, vuoi per natura, vuoi per cultura, vanno trasmessi, di generazione in generazione, per proteggere la prole, per dare loro gli strumenti per difendersi. E nel tempo ci hanno anche trasmesso che gli ombrelli non vanno aperti in casa, che il sale caduto a terra è cattivo presagio e così via.

Un piccolo passo, una sottile distinzione, un filo di capello passa dalla spiegazione razionale (se il sale cade è una grave perdita di un elemento fondamentale in cucina > cibo > vita) al pensiero magico. Per inciso, l’associazione simbolica di due eventi fra loro non connessi (es. se troverò per strada tutti i semafori rossi, sarà una cattiva giornata). E qui entra in gioco l’inconscio.

Ammettiamolo. Anche i più razionali quando si rompe lo specchio associano istintivamente sette anni di sventura. Solo un quarto di secondo dopo interviene quel pensiero critico che ci fa chiedere perchè mai i due eventi dovrebbero essere connessi. Beh certamente c’è una spiegazione storica: i primi specchi erano appannaggio dei Greci e dei Romani più facoltosi, che prima ancora si specchiavano in cornici di bronzo lucidate o nell’acqua e credevano che la salute avesse cicli di sette anni durante l’arco di vita. L’immagine della persona e il suo riflesso nello specchio, dall’ aspetto salutare, veniva simbolicamente spezzata.

In tal senso, in qualità di risposta condivisa ed essendo tutti più o meno timorosi nei confronti degli avvenimenti negativi, si può parlare, con Jung, di elementi dell’inconscio collettivo. E questo soprattutto perchè, ancor prima di darci una spiegazione razionale, siamo portati ad un’ associazione istintiva, irragionevole, tramandata, magica.

Ancor di più, se osserviamo i comportamenti del bambino capiremo come il pensiero magico sia una prima rudimentale forma di pensiero scientifico, inteso come risposta al bisogno di spiegazione. E questo, più che sui libri, si comprende quando un bambino di soli quattro anni vi racconta dei suoi super-poteri: “Il mio compagno di banco mi ha fatto arrabbiare e allora gli ho detto: muori! E si è rotta la sua matita! Capito!? Ho rotto la sua matita!”.

Quel bambino crescendo imparerà che il sentimento di rabbia e la matita che si spezza non avevano una connessione. Ma nel suo mondo interno quell’esperienza è stata vissuta così. Nell’inconscio non esiste il principio aristotelico di non contraddizione (vedi: la bi-logica dell’inconscio di Ignacio Matte Blanco) tutto è possibile, tutto è associabile e non c’è un tempo.

Sarà l’influenza di Stephen Hawking, recentemente raccontata al cinema (“La Teoria del Tutto”, ndr), ma probabilmente il tutto ha a che fare proprio col Tempo. Il tempo in cui le superstizioni sono nate (Origini delle superstizioni), il tempo dell’infanzia e della fantasia, il tempo del pensiero critico e della Scienza, il tempo della Spiritualità e del fare i conti con l’inspiegabile, il tempo di sof-fermarsi sopra.

Amelia Rizzo

27/01/2015

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
1 Commento
  1. enza

    Un articolo interessante,scritto bene

    28/01/2015 at 11:09

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