Palazzo Reale: Daniele Battaglia/Michela De Domenico

COP PALAZZO REALE

D. Battaglia PALAZZO REALEDANIELE BATTAGLIA (VIS)

Cosa hai pensato quando hai sentito parlare per la prima volta di Distrart, del tentativo di diffondere la Street Art – intesa come arte urbana fruibile gratuitamente – a Messina? Che relazione hai con questo tipo di arte?
Ho pensato che era ora visto che nel resto dei paesi europei e anche in altre provincie italiane questo fenomeno, alle volte confuso con il vandalismo, aveva già preso piede da anni. E’ un ottimo inizio anche perché a Messina ci sono molti artisti urbani che meritano di essere trattati come tali e non come criminali, io stesso in passato ho dipinto illegalmente a Messina e in altre città essendo legato alla Street Art tramite il mondo dei graffiti e del writing e credo che l’unico modo per educare la gente al rispetto dell’arte urbana sia quello di abituarla visivamente.

In base a cosa hai scelto la tematica e com’è nata l’idea che poi hai presentato e realizzato per Distrart?Generalmente, come nasce e prende forma una tua opera?
La tematica è stata scelta in base all’ispirazione del momento e al fatto che potevo mettere in relazione la storia passata del nostro popolo con quella attuale, il fenomeno migratorio dei nostri avi siciliani e in particolar modo messinesi è posto in relazione con il fenomeno dei migranti africani che oggi sbarcano sulle nostre coste come i nostri avi in passato sbarcavano sulle coste americane.
Tecnicamente prendo spunto dalla realtà fantasticando su di essa, poi preparo una bozza su carta e in fine scelgo il supporto o il muro dove realizzarla.

Quale pensi che sia oggi il ruolo dell’artista e che spazio ha in una realtà come quella di Messina e della Sicilia in generale?
Dare una visione diversa e non omologata della realtà, creare la curiosità, tramite il bello, e la voglia di trovare delle risposte. Nel caso della Street Art è anche quello di riqualificare ambienti urbani il più delle volte trascurati e D. Battaglia PALAZZO REALE 2abbandonati. Molteplici sono i luoghi e i quartieri a Messina e anche in altre zone della Sicilia che si presterebbero ad una riqualificazione artistica dell’ambiente ma ancora c’è un clima di arretratezza culturale e non tutti i comuni accettano e favoriscono la Street Art anche se ultimamente da due anni a questa parte, posso affermare, che qualcosa si sta muovendo.

Le strade di Messina per qualche giorno si sono trasformate nel tuo studio. Come hai vissuto l’esperienza di lavorare a contatto diretto con il pubblico? Hai da raccontare qualche episodio particolare legato a Distrart?
È stato interessante vedere le varie reazioni e sentire i vari commenti delle persone che passando da li si fermavano ad osservare cosa stessi facendo e dipingendo. Ricordo un episodio in particolare avvenuto il primo giorno di lavoro, un gruppo ragazzi nigeriani che passavano di li si fermarono e si sedettero sul muretto al ridosso del marciapiede per osservare il dipinto che in fondo raccontava anche la loro storia. Ricordo che rimasero seduti in silenzio ad osservare per due ore circa, poi mi salutarono dicendomi “God bless you, good work” e andarono via.

E secondo te come ha reagito la città a questo progetto?
È rimasta contenta del risultato e ha reagito in maniera civile senza attuare atti di vandalismo sulle pensiline tranne in un caso. Credo che non a tutti i messinesi dispiace vedere la creatività, gli accostamenti di colore, le forme e le immagini che i loro concittadini artisti hanno creato per la città di Messina, anche se ancora hanno bisogno di essere abituati a nuove forme d’arte, ma come ho detto prima questo è un buon inizio.

M. De Domenico PALAZZO REALE 1MICHELA DE DOMENICO

Cosa hai pensato quando hai sentito parlare per la prima volta di Distrart, del tentativo di diffondere la Street Art – intesa come arte urbana fruibile gratuitamente – a Messina? Che relazione hai con questo tipo di arte?
Ho pensato fosse un’ottima idea, perché portare l’arte in strada e non al chiuso di un museo, o di una galleria d’arte, permette, anche a chi normalmente non ne fruisce, o non è attratto da essa, di poterla apprezzare (se Maometto non va alla montagna…). Io non mi definisco una street-artist, il mio ambito di disegnatrice di fumetti è legato più all’editoria e alle piccole dimensioni, ma l’esperienza di architetto mi ha portato più volte ad intervenire fisicamente in ambiti cittadini, anche attraverso installazioni artistiche, come quelle realizzate qualche anno fa (assieme ad altri colleghi), durante una “Guerrilla architettonica”. Anche quella, in qualche modo, è stata un’esperienza di arte di strada, perchè interveniva su luoghi esistenti, per provocare nel fruitore un effetto dirompente, ma anche coinvolgente, che è quello che mi interessa: modificare e contaminare, attraverso una qualunque forma artistica, l’immaginario estetico della città, per “vedere” al di là del reale.

In base a cosa hai scelto la tematica e com’è nata l’idea che poi hai presentato e realizzato per Distrart?Generalmente, come nasce e prende forma una tua opera?
Uno degli elementi che più mi ha convinta a partecipare a Distrart, oltre alla profonda fiducia per il lavoro di Enrica Carnazza, è stato proprio la varietà e i focus sulle tematiche proposte nel bando, che coprono gran parte della storia, tradizione, arte e le peculiarità del territorio messinese. Su molti di questi temi avevo già lavorato in passato, per cui anche la scelta è stata naturale: “Giufà tirati la porta” nasce da una novella riportata dal Pitrè, che mi raccontava mia madre quando ero bambina prima di andare a letto e per cui, in passato, mi era stata commissionata una prova per un fumetto, mai realizzato; “I ferry boat” sono un elemento che ho riportato spesso nei miei lavori a fumetti, una presenza costante e muta nella mia vita e in quella di tanti messinesi, che origina dalla mia infanzia (mio padre era comandante sulle navi traghetto) e prosegue fino agli anni della formazione accademica a Reggio Calabria; “Tekno Zancle” rappresenta invece le mie ultime ricerche in campo accademico, che indagano il processo della genesi del disegno in architettura, attraverso libere sperimentazioni in cui provo ad accostare in luoghi reali della città, elementi tipici del linguaggio dei fumetti, per creare visioni fantastiche con l’obiettivo di vedere al di là dell’esistente.
M. De Domenico PALAZZO REALE 2Un’opera, sia di architettura, che di fumetto, nasce dalla collaborazione tra la mano e il cervello visivo. Per quanto riguarda le mie opere mi concentro molto sul momento dell’ideazione, che nel migliore dei casi può arrivare con una visione da riportare su carta, o prendere vita da archetipi, ipotesi di fantasia, accostamenti tra soggetti distanti, deformazioni, straniamento, ecc. Quando poi l’immagine è abbozzata su carta, opero una sorta di “genesi” della forma, attraverso sovrapposizioni, montaggi, alleggerimenti e ripensamenti, lasciando che la mano lavori liberamente e con ispirazione. Ultimamente faccio molto uso dell’acquerello, perché mi permette di lasciare che il colore prenda forma anche indipendentemente dalla mia volontà. Utilizzo molto la lezione dei surrealisti sul creare in libertà. In questo modo disegnare diventa una sorta di gioco che rende più stimolante l’invenzione di qualcosa che non esiste ancora.

Quale pensi che sia oggi il ruolo dell’artista e che spazio ha in una realtà come quella di Messina e della Sicilia in generale?
Penso che l’artista sia una sorta di medium critico che deve rappresentare la realtà che vive, intesa anche come realtà immaginaria, assorbendo le energie espresse da se e dal proprio contesto e operando attraverso l’opera d’arte, una sorta di restituzione che si inserisce nello stesso circuito di energie dal quale è stata originata. Anche all’interno di uno spazio urbano come può essere quello di Messina, l’artista restituisce senza veli, attraverso la propria opera (che non è nè bella né brutta, ma vera), archetipi, segni, memorie, brutture e distorsioni, “guardando il re nudo”. Personalmente ho scelto di rimanere nella mia città e lavorare qui, senza confini mentali e guardando ad un orizzonte artistico nazionale, attingendo alle energia radicate nel mio contesto, per elaborarle e restituirle in altra forma (per esempio attraverso l’aspetto didattico). Di contro, la mia scelta non mi ha sempre permesso di percorrere tutte le strade possibili. Negli ultimi due anni, però l’impressione è che queste energie si stiano vivacizzando e moltiplicando, producendo sempre maggiori intrecci e meno provincialismo.

Le strade di Messina per qualche giorno si sono trasformate nel tuo studio. Come hai vissuto l’esperienza di lavorare a contatto diretto con il pubblico? Hai da raccontare qualche episodio particolare legato a Distrart?
È stato strano, perché sono abituata a lavorare da sola nel mio studio, o ad insegnare in un’aula. Invece qui la gente si informava, chiedeva, iniziava a parlare. Qualche episodio particolare lo ricordo quando lavorando a Giufà, alla fermata don Orione, in un quartiere popolare del centro, leggendo la storia in dialetto siciliano riportata dal Pitrè, testimonianza di una tradizione popolare di narrazione orale che probabilmente origina dal personaggio arabo Jafar, molte persone mi hanno rivelato di conoscere la storia perché gliela raccontava la loro madre, proprio come era successo a me. Per questo mi sono sentita privilegiata nell’aver potuto concretizzare una fantasia comune e molto sentita. Un gruppo di ragazzini un po’ vivaci, che invece non conosceva il racconto, ha apprezzato proprio il fatto che la storia fosse scritta in dialetto, lingua con cui preferivano esprimersi. Forse anche loro si sono sentiti, per una volta, parte di qualcosa di più grande.

E secondo te come ha reagito la città a questo progetto?
Messina è una città che ha bisogno di crescere e di maturare e per fare questo deve guardarsi allo specchio, ma spesso non ha voglia di farlo. Questo progetto, inserendosi nei non-luoghi di passaggio e di attesa, ha il valore di una presenza muta, che attraverso l’arte provoca lo sguardo e crea spunti di riflessione, sulla città, sulla sua storia e sul suo futuro. La speranza e che i messinesi non rimangano indifferenti a queste energie. Credo che questo si vedrà in futuro, se le pensiline verranno accettate e diventeranno patrimonio per la città, sarà già il segnale di un piccolo cambiamento.

Pasquale Pollara

Pasquale Pollara

Si considera un esteta. Amante del “bello” e dell’Arte, si dedica alla ricerca di nuove espressioni artistiche per poterle tradurre nel suo campo di applicazione: l’Architettura. Fedele alla tradizione, con taccuino sempre in tasca, disegna a mano libera per trasmettere istantaneamente la sua creatività. Muove i primi passi a Barcelona, oggi prosegue in autonomia la sua attività progettuale e i suoi lavori sono stati esposti e pubblicati in diverse occasioni. Riscoperta la passione per la scrittura, per scirokko.it cura la Rubrica di Design attraverso cui si impegna a trasmettere le sue passioni e l’amore per il suo lavoro.
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