Quando il carcere imprigiona la mente: le psicopatie carcerarie

salute_mentale-1-620x250

Nei precedenti articoli si è discusso a lungo sulla condizione detentiva e sui carichi psicologici a cui questa conduce. Si è visto che, fin dal suo primo ingresso in carcere, il detenuto vive una condizione di stress molto forte che lo investe in tutti i suoi aspetti e che, con la permanenza più o meno prolungata, è destinata a intensificarsi fino a condurre a conseguenze psicologiche anche drammatiche.

La condizione “borderline”, in cui un soggetto sottoposto a misura detentiva può incorrere, può sfociare in vere e proprie patologie, conosciute come “psicopatie carcerarie”. Oggi ci soffermeremo su queste.

Questo genere di disturbo mentale viene influenzato sia da fattori esogeni (come l’ingresso in carcere) sia da fattori endogeni (ad esempio, la reazione alla detenzione e il rimorso per il reato commesso, che dipendono dalla predisposizione individuale di ciascuno), ma quello che accade appena viene varcata la soglia del carcere è uguale per tutti:  il soggetto si ritrova catapultato in una realtà ermeticamente chiusa al mondo esterno e – soprattutto per chi vive per la prima volta l’esperienza detentiva – questo genera una serie di paure che non trovano ascolto né tantomeno possibilità di elaborazione immediate.

La letteratura specialistica evidenzia come i primi mesi in carcere abbiano un impatto più traumatico sul soggetto, il quale ha più possibilità di sviluppare disturbi psicologici, di quanto ne avrebbe nelle fasi successive.

Alcuni autori hanno parlato di “sindrome da ingresso in carcere”, che si manifesta attraverso una serie di disturbi psicosomatici che investono diversi organi e apparati della persona. Di norma, questi disturbi tendono a comparire nei soggetti che possiedono un livello di cultura, di educazione e di sensibilità più elevati e in cui il divario tra il tenore di vita condotto “fuori” e quello che si prospetta “dentro” è particolarmente forte.

La “sindrome da ingresso in carcere”, infatti, tende a investire con molta frequenza i “colletti bianchi”, che non solo vivono la perdita di libertà come un trauma, ma percepiscono la perdita del loro ruolo e del loro riconoscimento sociale come qualcosa di lacerante. Di contro, chi ha vissuto un’esperienza detentiva precedente, farà certamente meno fatica ad attuare dei processi di adattamento che gli risultino congeniali; ma il rischio che vada incontro a quadri clinici allarmanti non è scongiurato.

 Alcuni autori raggruppano le cosiddette “sindromi reattive alla carcerazione” in dodici punti:

  • Sindrome da congelamento: si verifica principalmente nella fase di ingresso e vede un rallentamento motorio e ideico, che porta quasi all’inerzia.
  • Sindrome motoria: si verifica principalmente nella fase di ingresso e vede un’esagitazione che può culminare in atteggiamenti violenti rivolti all’esterno (distruzione di oggetti presenti nella cella) o rivolti a se stesso (atti autolesionistici o suicidio).
  • Fuga nella malattia: investe sia l’assetto fisico che quello psichico e porta il detenuto, pur in assenza di malattia, ad avvertire alcune sintomatologie che lo costringono al ricovero, a indagini approfondite o a interventi inutili e dannosi.
  • Malattia della montagna magica: si sviluppa attraverso le conversazioni tra detenuti, che per contrastare la “cultura trattamentale” del carcere, apprendono e si scambiano tecniche criminali e valori carcerari.
  • Sindrome da irradiamento: solitamente si registrava tra gli internati degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e consiste nell’identificazione del proprio universo esistenziale con la realtà carceraria, per cui la realtà esterna diventa impossibile da vivere.
  • Vertigine dell’uscita: è uno stato di ansia e di agitazione che investe sia l’aspetto psichico che quello motorio ed è tipico di chi torna alla libertà per la prima volta, dopo anni di detenzione.
  • Sindrome da sentimento di innocenza: è un tentativo di minimizzazione e, in parte, di deresponsabilizzazione, del reato commesso, che porta il detenuto a considerare la propria pena molto più grave della sua colpa; serve a mantenere una buona stima di sé.
  • Sindrome persecutoria: è una forma di disturbo paranoideo che, nelle forme più lievi, consiste nel sospetto di sentirsi svalorizzato, insultato o minacciato e, nei casi più gravi, può arrivare al “delirio sistematizzato di persecuzione”.
  • Sindrome dell’amnistia o della grazia: consiste in una speranza, assolutamente non realistica, di ottenere uno sconto di pena o una misura alternativa alla detenzione, che raggiunge livelli molto gravi tra i condannati all’ergastolo.
  • L’isolamento e la privazione sensoriale: porta il detenuto a crearsi dei modi singolari per trascorrere il tempo senza annoiarsi, attraverso il canto, il fantasticare su fatti accaduti realmente o immaginati e, nei casi più gravi, sfocia in deliri e in allucinazioni.
  • Sindrome del guerriero: coinvolge i soggetti più violenti e condannati a lunghe pene, che proprio per la convinzione di non avere nulla da perdere, reagiscono in modo violento a ogni provocazione.
  • Sindrome da inazione: consiste nella scomparsa di stimoli e rappresenta un grande ostacolo al trattamento e al recupero del soggetto.

Un’altra fondamentale distinzione che occorre fare, riguarda la tipologia di detenuti investiti dal disturbo mentale. Differenti sono, infatti, le patologie che investono il detenuto in attesa di giudizio e quello che ha già subito una condanna.

I detenuti in attesa di giudizio sono quelli più propensi alla malattia, perché soggetti a livelli di ansia e a deflessioni dell’umore talmente alti, che possono portare a forme di malessere localizzato o diffuso, o a vere e proprie patologie organiche. Tra l’altro, questi sintomi vengono vissuti dagli stessi detenuti con una preoccupazione ipocondriaca molto forte, che li convince di essere affetti da una grave malattia e genera in loro un senso di sfiducia e di polemica verso l’istituzione penitenziaria.

La sindrome di Ganser, ad esempio, è uno stato patologico molto particolare, caratterizzato da una reazione isterica, in cui il soggetto colpito presenta un quadro di acuta confusione, connotato da allucinazioni visive e uditive, convulsioni isteriche, disorientamento, marcata variabilità dell’umore, “Vorbereiden” o risposta di traverso e stato crepuscolare; spesso, il soggetto simula in modo volontario e cosciente tutti questi sintomi patologici, per beneficiare dell’incapacità di intendere e di volere, ma successivamente la riproduzione meccanica di questi sintomi diventa involontaria e incosciente; per cui questa sindrome si pone tra la simulazione cosciente e quella inconscia. Tutti questi sintomi possono sparire immediatamente, una volta che il tribunale giunge a un verdetto, anche se questo non dovesse essere positivo.

Per concludere, le psicopatie carcerarie, in alcune sue espressioni, rappresentano un tentativo di alienazione: costruendosi un mondo immaginario, nel quale non c’è spazio per tutti gli elementi negativi della realtà, il detenuto adotta la “fuga nella malattia” come escamotage per non affrontare le cariche affettive negative.

Sonia Bucolo

Sonia Bucolo

Criminologa ed Esperta al Tribunale di Sorveglianza di Messina, si laurea in Scienze Politiche e si specializza in Criminologia. Oggi prosegue i suoi studi in Psicologia, coniugando studio e lavoro. Studiosa del fenomeno criminoso e dei fenomeni carcerari, nella loro complessità, cura la rubrica di Criminologia di scirokko.it, occupandosi dell'analisi e della divulgazione delle fattispecie criminologiche.
2 Commenti
  1. Mayra Ilardo

    salve dottoressa mi congratulo con lei per lo scritto,mi presento sono Ilardo Mayra una laureanda alla magistrale di psicologia clinica e di comunità a Napoli. Mi chiedevo se le fosse possibile delucidarmi circa la nascita di questo termine di psicopatia considerando però che nel passato con tale termine si legavano tra loro quasi tutti i disturbi mentali e ciò che m’interessa per la mia tesi (intervento psicologico nelle carceri con soggetti psicopatici) è proprio questo passaggio cioè dalla generalità alla singolarità di tale disturbo…
    cordiali saluti Ilardo Mayra

    07/07/2015 at 8:47
    • Sonia Bucolo
      Sonia Bucolo

      Che cosa intende quando fa riferimento al passaggio dalla generalità alla singolarità di tale disturbo?

      12/07/2015 at 0:53

Scrivi un Commento