Una pillola per dimenticare: fantasia o scienza?

Nel 2004 uscì un celebre film dal titolo “Se mi lasci ti cancello” (trailer) in cui i protagonisti, interpretati da Jim Carrey e Kate Winslet, si sottoponevano a un trattamento per cancellare i ricordi dolorosi legati alla loro relazione sentimentale.

Il primo dei più grandi meriti del cinema credo sia proprio la capacità di inscenare fantasie collettive. Chi non ha mai desiderato, preso dalla disperazione e dal dolore, poter premere mentalmente il tasto Canc?

Il secondo è la sua potenzialità profetica. Come spesso accade, quello che nella cinematografia sembra pura invenzione, viene puntualmente ripreso dalla Scienza qualche anno dopo (forse gli scienziati vedono molti film?).

Così a distanza di qualche anno (2012) abbiamo la risposta grazie a due studi di Psichiatria Biologica Sperimentale che hanno avuto l’obiettivo di verificare se questo sia davvero possibile nella realtà.

Il primo studio, svolto da un dottorando (Thomas Ågren, ndr) presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Uppsala, si è concentrato sulle memorie emozionali di nuova formazione e si basa su un presupposto teorico molto affascinante.

Quando si sperimenta qualcosa di nuovo, infatti, prima che il ricordo sia consolidato, la memoria è instabile. Solo attraverso la rievocazione ed il passaggio dall’ippocampo il ricordo si stabilizza.

In questo passaggio un ricordo potrebbe essere parzialmente alterato – infatti ricordiamo gli eventi non tanto per come sono realmente accaduti, ma attraverso dei “filtri cognitivi” legati alla nostra emozione del momento, alla focalizzazione su alcuni dettagli per noi significativi etc.

Un ricordo dunque non è una fotografia, ma piuttosto il ricordo di ciò che è venuto in mente l’ultima volta che si è pensato all’evento.

Da qui l’intuizione: se si potesse interrompere il processo di riconsolidamento, si potrebbe influenzare l’esito della memoria? A quanto pare sì.

I ricercatori hanno reclutato un gruppo di volontari e li hanno sottoposti a diversi esperimenti. Nel primo hanno mostrato a tutti un’immagine neutra accompagnata da una scossa elettrica, creando un ricordo di paura. Nel secondo subito dopo mostravano più volte l’immagine senza scossa, creando una sorta di interferenza.

Ebbene, in quest’ultimo caso il processo di consolidamento del ricordo sembrava interrotto: l’immagine acquisiva man mano un carattere neutro, spezzando l’associazione alla paura.

Il secondo, svolto dai ricercatori dello Scripps Research Institute in Florida, guidati da Courtney Miller (2013), deriva dall’evidenza che la dipendenza – non solo da sostanze ma anche dalle sigarette o persino dalle chewingum – viene attivata dalle associazioni presenti nella memoria a lungo termine.

In breve, per produrre delle memorie devono verificarsi dei cambiamenti nella struttura delle cellule neuronali, di cui l’actina è responsabile. Inibendola farmacologicamente è possibile manipolare la memoria selettivamente, rispetto ai ricordi associati all’oggetto della dipendenza, senza intaccare altre aree di memoria.

Insomma, avendo a disposizione “la pillola per cancellare i ricordi”, voi… la prendereste?

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo

Amelia Rizzo, classe 1986. Si laurea in Scienze Cognitive e Psicologia presso l'Università degli Studi di Messina. Collezionista di titoli, a causa della sua passione per la Ricerca viene condannata a tre anni di Dottorato, ma pare ne abbia già scontato la metà. Chiamata a curare la rubrica di #psycologia, non ha potuto rifiutare questa insolita richiesta d'aiuto.
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