Resilienza. Nulla si distrugge, tutto si rigenera

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Che cosa serve a una persona o a una comunità per superare una crisi grave come quella rappresentata da un terremoto (in pochi mesi ce ne sono stati di devastanti in Abruzzo, ad Haiti e infine in Cile), altre catastrofi naturali come le alluvioni, piuttosto che attentati terroristici su larga scala o una situazione economica e finanziaria grave come quella che stiamo vivendo o come quella del ’29 del secolo scorso? Cosa spiega il fatto che, a parità di condizione di rischio e di trauma, qualcuno riuscirà a superare la crisi e a migliorare addirittura la propria esistenza e i risultati della propria azione e altri invece si ammaleranno o sceglieranno, all’estremo, di porre fine alla propria vita come hanno purtroppo fatto recentemente alcuni imprenditori del nordest italiano e un numero impressionante di dipendenti della principale azienda di telecomunicazioni francese? La risposta a queste domande è stata sintetizzata dalla ricerca nel campo della psicologia dello sviluppo in una parola: resilienza.

La resilienza è, per un sistema sociale, la capacità di affrontare il cambiamento senza perdere la propria identità; è il segno dell’intelligenza con cui una comunità affronta le proprie difficoltà, senza precludersi alle trasformazionresi ma anche mantenendo salde le proprie radici, la propria storia, il tessuto connettivo che sostiene la vita quotidiana, gli scambi sociali, il sistema simbolico che sostiene l’intera collettività. Ma come si declina questo principio trasversale nell’ambito urbano e delle politiche climatiche? Come la Resilienza può essere concepita come risposta alle crisi economiche, finanziarie, climatiche e sociali in atto? Non è difficile riscontrare come l’ambiente urbano sia particolarmente e ordinariamente sfidato dall’esigenza della resilienza, vuoi nella globalità della propria organizzazione, vuoi in ambienti specifici, che maggiormente sono sensibili e fragili di fronte al cambiamento: ad esempio, i centri storici e le periferie e si comprende perché queste due realtà sociali spesso sono segnate nella loro evoluzione da esiti differenti. I centri storici, infatti, spesso caratterizzati dalla presenza delle generazioni anziane o da elementi organizzativi e funzionali tradizionali o potenzialmente rigidi, rischiano la stagnazione o il degrado perché rappresentano lo spazio entro cui si esplicitano comportamenti sociali più prossimi alla resistenza che alla resilienza; il rifiuto del cambiamento e l’arroccamento sul passato spesso decretano l’agonia di ambienti che appaiono sempre più estranei o disadattati rispetto ai dinamismi di una città policentrica e cangiante.

Le periferie, invece, pur essendo investite da gravi problematiche legate alla qualità della convivenza e dei servizi, beneficiano generalmente di una consistenza demografica più giovanile, eteres1rogenea, investita da processi di mobilità. Queste caratteristiche della popolazione consentono, nella maggior parte dei casi, una graduale rielaborazione della realtà sociale e processi sincronici di assimilazione e adattamento, che a poco a poco innervano la convivenza con una prassi funzionali alla ricerca di un rinnovato equilibrio fra tradizione e innovazione. La resilienza urbana non può però essere considerata un processo spontaneo; necessita di una chiara intenzionalità; è importante annotare come sia generatrice di speranze che, se adeguatamente supportate sul piano culturale e politico, possono preludere a forme feconde di cittadinanza. Speriamo che questo primo contributo sia stato utile a meglio comprendere cosa sia la resilienza, nelle prossime settimane proveremo ad entrare nel dettaglio di come si possa diventare comunità resilienti provando ad identificare le azioni e gli interventi necessari da realizzare per rigenerare i nostri territori, citando il nostro Battiato: “Vivere noi è difficile potendo poi rinascere”.

Piero Pelizzaro 

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